Ogni ora ha un prezzo?
Il valore economico delle ore di lavoro è diventato un sistema per misurare l’intera vita.
Il rendimento delle ore
«È una perdita di tempo» è una delle frasi che utilizziamo con maggiore sicurezza. La pronunciamo per descrivere una riunione inutile, una mattinata trascorsa senza concludere nulla, una conversazione troppo lunga o l’abitudine di qualcuno che, a nostro giudizio, potrebbe impiegare meglio le proprie giornate.
Tra i professionisti questa espressione assume un significato ancora più preciso. Il tempo è la risorsa attraverso la quale si produce, si assiste un cliente, si completa un incarico e si genera un compenso. Un imprenditore controlla l’utilizzo delle materie prime, un professionista controlla le proprie ore. Se un’ora non produce un risultato, una decisione o una fattura, è facile considerarla sprecata.
All’interno dell’attività professionale questa logica ha una sua utilità. Ma cosa succede quando esce dallo Studio? Si trasforma in un sistema generale per misurare la vita.
Una materia prima può essere acquistata, conservata, sostituita o recuperata. Il tempo no! Non entra in magazzino e non può essere ordinato nuovamente quando ci accorgiamo di averlo impiegato male.
Soprattutto, non serve soltanto a produrre qualcosa: il tempo è lo spazio nel quale riposiamo, osserviamo, incontriamo persone, cambiamo idea, ci annoiamo e, qualche volta, non facciamo assolutamente nulla.
Non tutte queste attività generano un risultato visibile e non tutte devono farlo.
Ognuno può naturalmente decidere come utilizzare le proprie giornate e può anche pentirsi di alcune scelte. Possiamo riconoscere di aver dedicato troppo tempo a una situazione che non ci interessava, a un lavoro che non ci apparteneva o a una relazione che aveva smesso di farci bene.
La perdita di tempo, però, è una valutazione totalmente personale, maturata attraverso la nostra esperienza.
Capita troppo spesso che questa valutazione diventi una sentenza.
Il caffè delle undici
Essere seduti al bar alle undici del mattino continua a suggerire a molte persone l’immagine di qualcuno che non ha nulla da fare.
Poco importa che quella pausa rappresenti un momento di tranquillità, che davanti a quel caffè si stia costruendo una relazione o che da quella conversazione possa nascere un progetto. La scena appare poco produttiva e, quindi, sospetta.
La stessa mezz’ora trascorsa davanti alla macchina del caffè di un’azienda o di uno studio gode invece di una reputazione completamente diversa.
Chi beve il caffè si trova all’interno del posto di lavoro, circondato da colleghi, computer e documenti. Non sta necessariamente producendo più della persona seduta al bar ma si trova nel luogo nel quale socialmente ci aspettiamo che il tempo sia impiegato bene.
Per un datore di lavoro particolarmente miope quella pausa risulta persino rassicurante. Il lavoratore è presente, è visibile e può essere controllato. Il contenuto di quei trenta minuti passa in secondo piano rispetto alla loro collocazione.
Il paradosso è questo: consideriamo utile quello che assomiglia al lavoro e improduttivo quello che assomiglia alla libertà.
Spesso non giudichiamo il valore del tempo in base a quello che produce ma in base all’aspetto che assume.
Anche il riposo deve produrre
Anche il riposo sembra debba presentare una giustificazione.
Si dorme per essere più produttivi, si fa sport per lavorare meglio, si incontra una persona per fare networking e si legge un libro per acquisire competenze. Persino il tempo libero deve superare un esame e dimostrare di essere, in fondo, una forma indiretta di lavoro.
In questo modo la valorizzazione del tempo si trasforma nella sua occupazione permanente.
Le giornate non si riempiono perché le attività inserite siano realmente stimolanti ma perché uno spazio vuoto provoca disagio. Essere impegnati rassicura, comunica valore e ci permette di rispondere senza esitazione alla domanda su cosa abbiamo fatto.
È anche da questa idea rigida di utilizzo corretto del tempo che nascono le vite disallineate (qui il nostro articolo sul tema Vite disallineate)
Si continua a impiegare il tempo secondo una definizione di utilità costruita dal lavoro, dall’ambiente professionale e dalle aspettative degli altri, mentre diminuisce lo spazio dedicato a capire se quelle attività abbiano ancora un significato personale.
Non serve sostenere che ogni minuto contenga necessariamente una lezione o un’opportunità, sarebbe soltanto un altro modo per costringere il tempo a produrre qualcosa.
Una passeggiata può essere soltanto una passeggiata, un caffè può restare soltanto un caffè e una conversazione può non portare da nessuna parte senza diventare, per questo, un errore.
A chi appartiene quel tempo?
La frase «perdita di tempo» può continuare ad avere un significato quando riguarda il nostro tempo e nasce da una valutazione consapevole. Ne ha molto meno quando la utilizziamo per giudicare una vita osservata dall’esterno, magari basandoci soltanto sull’orario, sul luogo o sull’assenza di un risultato immediatamente misurabile.
La domanda, allora, non dovrebbe essere sempre quanto abbiamo prodotto o a cosa sia servita ogni ora.
Prima ancora dovremmo chiederci se quel tempo ci apparteneva e se il modo in cui lo abbiamo trascorso somigliava alla vita che desideriamo.
Trattare ogni minuto come un costo da recuperare potrebbe essere il modo più efficiente per perdere davvero il proprio tempo.
🧱 Basi solide
La creatività non ci manca ma anche le basi sono importanti.
Ecco gli studi che hanno accompagnato i concetti che abbiamo raccontato.
- DeVoe, S. E., & Pfeffer, J. (2007). When time is money: The effect of hourly payment on the evaluation of time. Organizational Behavior and Human Decision Processes, 104(1), 1–13.
- Bellezza, S., Paharia, N., & Keinan, A. (2017). Conspicuous consumption of time: When busyness and lack of leisure time become a status symbol. Journal of Consumer Research, 44(1), 118–138.
- Tonietto, G. N., Malkoc, S. A., Reczek, R. W., & Norton, M. I. (2021). Viewing leisure as wasteful undermines enjoyment. Journal of Experimental Social Psychology, 97, 104198.
- Lee-Yoon, A., & Whillans, A. V. (2019). Making seconds count: When valuing time promotes subjective well-being. Current Opinion in Psychology, 26, 54–57.
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