La devozione all’azienda non esiste più

La devozione all’azienda non esiste più

La devozione all’azienda non esiste più

C’era un tempo in cui, per alcuni, il lavoro era molto più di un contratto: era un patto di fedeltà.

Certo, vi sono state grandi lotte sindacali nelle quali sicuramente non vi era un clima familiare, infatti non vogliamo generalizzare ma semplicemente riflettere su quella parte di dipendenti letteralmente devoti al loro datore di lavoro. Lavoratori che oggi sono ricordati con nostalgia in quanto non esistono più o stanno per andare in pensione.

Cos’è successo?

L’azienda era percepita come una grande famiglia. Il titolare conosceva tutti di persona, sapeva chi si sposava, chi aveva appena avuto un figlio, chi stava passando un momento difficile. Il lavoratore ricambiava con dedizione totale: straordinari, sacrifici personali, obiettivi aziendali messi davanti a quelli personali. Non era assolutamente difficile iniziare a lavorare in un’azienda in giovane età e concludere il rapporto con la pensione.

Oggi, tutto questo è finito.

Si può pensare che sia un bene o che sia un male ma è un ragionamento che non ha senso, la verità è che il mondo del lavoro è cambiato radicalmente.

Il primo grande cambiamento è dovuto all’aumento delle dimensioni delle realtà aziendali: aziende italiane che partendo da un’officina sono diventate delle industrie, multinazionali straniere insediatesi nel nostro Paese. L’aumento della dimensione è stato spesso accompagnato da un processo di spersonalizzazione e “burocratizzazione” (passateci il termine). Non c’è più il capo “padre di famiglia”, c’è un consiglio di amministrazione, non ci sono più conversazioni alla macchinetta del caffè con chi decide sul futuro ma riunioni con manager che cambiano ogni due anni.

Il rapporto umano si è diluito dietro procedure, mail standard e file Excel.

Il secondo cambiamento è stato culturale e sociale: i giovani che entrano oggi nel mondo del lavoro non pensano assolutamente che l’azienda si prenda cura di loro a vita.

Un tempo bastava la busta paga per sentirsi “in dovere” verso l’azienda, oggi non basta più.

Le persone oggi vogliono stare bene sul lavoro e, soprattutto, fuori dal lavoro. Vogliono tempo, equilibrio, riconoscimento e tranquillità.

C’è poi un tema cruciale: la crescita professionale.

Pensiamo a questo fenomeno: dopo qualche anno, l’azienda smette di vedere la persona e considera solo la sua funzione. Se un dipendente fa bene il suo ruolo, perché cambiare?

Probabilmente questo era accettato: la stabilità era considerata una virtù.

Oggi un lavoratore che non vede possibilità di crescita, semplicemente cambia azienda, senza tanti sensi di colpa.

Molti datori di lavoro non hanno ancora fatto pace con questa nuova realtà e vedono il turnover come un tradimento personale e, per orgoglio, accompagnano alla porte l’ormai ex dipendente pur di trovare un compromesso.

Il posto di lavoro è… un posto di lavoro.

Gli interessi dell’azienda e quelli del lavoratore possono anche coincidere per un po’ di tempo ma non possono essere gli stessi. Quando smettono di coincidere, non deve essere un dramma: la vita professionale contemporanea è così.

Quali prospettive per il futuro?

D’altra parte, negli ultimi anni le multinazionali e poi, a cascata, le grandi aziende ed oggi anche le PMI hanno intrapreso percorsi per aumentare il benessere dei dipendenti dell’azienda. Un fenomeno che, in effetti, conferma le considerazioni fatte precedentemente. Solo per citare alcuni comportamenti virtuosi che oggi non sono più un eccezione: la flessibilità non è più uno slogan ma si traduce in orari davvero modulabili, lavoro ibrido, presenza/smart, pensato e non improvvisato, soluzioni part-time progettate perché le persone possano dedicarsi alla famigli o ad attività extra lavorative, la formazione non è più il solo corso annuale sulle novità del gestionale, ma un investimento continuo: budget dedicati, percorsi di “upskilling”. Il pacchetto retributivo è più chiaro: non solo la busta paga, ma bonus, welfare e benefit messi sul tavolo con trasparenza. Inoltre, si c’è un ritorno all’ascolto: conversazioni vere, incontri periodici, momenti di confronto che aiutano i manager a fare meno i capi reparto e più i coach—fissare obiettivi, dare feedback, capire e risolvere i problemi.

Chiaramente, non tutte le aziende fanno tutte queste cose, però bisogna rilevare che la strada sia quella corretta ed il trend di adozione di queste buone pratiche sia in crescita.

Insomma, l’epoca della devozione è finita e va bene così. Al suo posto, può esistere un patto più adulto e trasparente. C’è margine di miglioramento, evidente, ma molte delle azioni già intraprese vanno nella giusta direzione.

Naturalmente, anche i lavoratori devono collaborare perché questo nuovo rapporto con il datore di lavoro cresca in maniera positiva e senza ostacoli…. ma ne parleremo in un altro articolo 😉

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