La sicurezza in cambio della libertà
Il Truman Show odierno
La promessa oggi è quasi sempre gentile, non arriva con tono minaccioso e non si presenta come una rinuncia ma come una forma di protezione: fai quello che ti dico, segui il percorso già tracciato, resta dentro il perimetro, scegli quello che è più sicuro e non dovrai preoccuparti di nulla. In cambio avrai stabilità, approvazione, un’identità leggibile e una strada abbastanza chiara da percorrere senza troppe domande.
Quel perimetro, dopo un po’, comincia ad assomigliare molto a una scenografia.
Il riferimento al Truman Show non sta tanto nella sorveglianza, nel controllo dall’alto o nell’idea di complotto, perché sarebbe una lettura troppo facile e forse anche troppo comoda. Il punto più interessante è un altro: Truman vive in un mondo costruito per sembrare sufficiente, un mondo non brutto, non crudele in modo evidente, anzi rassicurante, pulito, prevedibile, dove ogni strada ha una direzione e ogni persona intorno a lui conferma che quella è semplicemente la vita.
A un certo punto, il problema non è più il set ma il fatto che il set sembri normale.
È questo, secondo me, il Truman Show odierno: l’abitudine a confondere una vita ordinata con una vita scelta.
Oggi la parola sicurezza ha preso uno spazio enorme e, in parte, è anche comprensibile. Viviamo in un mondo costoso, instabile, veloce, pieno di informazioni, con carriere meno lineari, relazioni professionali più fragili e un livello di incertezza che non si può liquidare con una frase motivazionale. Chi cerca stabilità non è un vigliacco, così come chi desidera uno stipendio sicuro, un ruolo chiaro e una vita più prevedibile spesso sta solo cercando di reggere il peso reale delle responsabilità.
Il punto però è un altro: la sicurezza diventa pericolosa quando smette di essere una base e diventa una gabbia, quando non serve più a farci vivere meglio ma a farci restare fermi, quando in cambio di un po’ di tranquillità chiediamo a noi stessi di spegnere iniziativa, creatività, istinto, intuito e desiderio.
Per provocazione possiamo chiamare tutto questo libertà, non libertà come slogan e nemmeno come pretesa di fare qualsiasi cosa senza conseguenze, ma libertà come possibilità concreta di usare davvero le proprie capacità, di prendere iniziativa e di mettere qualcosa di personale nel lavoro e nella vita.
Il meccanismo è sottile, spesso si presenta come incoraggiamento. Ti dicono di crescere, migliorare, formarti, diventare più bravo, e, in apparenza, sembra una spinta positiva, quasi un invito a evolvere. In realtà, molte volte, è solo addestramento a diventare un esecutore più efficiente, più preciso, più disponibile, più compatibile con il sistema. La differenza è enorme, perché un conto è aiutare una persona a sviluppare le proprie doti, un altro è renderla perfetta dentro un binario già tracciato.
Non è crescita se l’unico obiettivo è disturbare meno.
Per molto tempo, soprattutto nell’Italia del dopoguerra, del boom economico, dei distretti industriali e della piccola impresa diffusa, era più naturale immaginare un percorso legato a quello che una persona sapeva fare bene. Il falegname apriva una falegnameria, il meccanico un’officina, la parrucchiera un salone, il commerciante una bottega, l’artigiano trasformava una competenza in un’attività. Non c’era nulla di romantico in tutto questo, perché c’erano fatica, rischi, fallimenti, poche tutele e tantissime ore di lavoro, però nell’immaginario collettivo esisteva un collegamento più diretto tra capacità, mestiere e identità.
Oggi quel collegamento si è indebolito. Non è scomparso ma spesso passa in secondo piano, perché la domanda principale non sembra più essere “che cosa so fare meglio?” ma “che cosa mi dà più sicurezza?”. La risposta tende a premiare il percorso più leggibile, più difendibile, più socialmente accettato, anche quando non incontra davvero la persona. Si sceglie quello che riduce l’ansia, non necessariamente quello che accende energia, e si preferisce un copione chiaro a una strada più viva ma più incerta.
Così molte vite si uniformano, non perché qualcuno obblighi tutti a fare la stessa cosa ma perché la paura restringe le possibilità fino a farle sembrare una sola. Si studia per un ruolo che non entusiasma, si lavora per conservare una posizione che consuma, si rimanda un progetto per anni, si spegne una passione perché “non è il momento”, si tratta l’intuizione come un disturbo e non come un segnale. Il risultato è una vita formalmente corretta, ma interiormente sempre più lontana.
Truman, quindi, resta nel set. Non perché il set lo trattiene, ma perché fuori dal set non c’è garanzia e questa è la parte che ci riguarda davvero. Fuori dal perimetro non c’è la certezza del successo, non c’è il pubblico che applaude, non c’è il manuale, non c’è la conferma preventiva che andrà tutto bene. C’è il rischio di sbagliare e c’è anche il rischio di scoprire che un sogno, una volta messo alla prova, non era così solido come sembrava.
Per questo molte persone preferiscono non verificare mai. Finché una passione resta chiusa in un cassetto può rimanere perfetta, intoccabile, piena di possibilità immaginate; appena diventa concreta, invece, deve misurarsi con il mondo, con il tempo, con i soldi, con il giudizio degli altri e con la nostra capacità reale di sostenerla.
Anche rinunciare ha un costo, un costo più silenzioso. Non arriva tutto insieme, non fa rumore e non ha la forma di un fallimento clamoroso, ma si accumula lentamente: un po’ di entusiasmo in meno, un po’ di cinismo in più, un po’ di irritazione verso chi prova, un po’ di fastidio verso chi rischia, un po’ di distanza da quella parte di noi che, da giovani, credeva ancora di poter costruire qualcosa di proprio.
A un certo punto non abbiamo scelto la sicurezza, abbiamo solo smesso di scegliere.
Il punto, naturalmente, non è fare tutti impresa. Sarebbe una stupidaggine pensare che tutti debbano aprire una partita IVA, lasciare il lavoro, fondare una società o trasformare ogni passione in un business, perché questa sarebbe l’ennesima gabbia, solo con un’estetica più moderna. La libertà non coincide con una forma contrattuale: si può essere liberi da dipendenti e prigionieri da imprenditori, così come si può essere creativi dentro un’organizzazione e completamente spenti dentro un’attività propria.
La vera domanda è più seria: quanto spazio sto lasciando alle mie doti?
Ognuno di noi ha una combinazione diversa di capacità, sensibilità, energia, interessi e modi di vedere le cose. C’è chi sa organizzare, chi sa raccontare, chi sa vendere, chi sa costruire, chi sa ascoltare, chi sa semplificare problemi complessi, chi vede connessioni che altri non vedono e chi riesce a trasformare il caos in metodo. Il lavoro dovrebbe essere anche il luogo in cui queste differenze trovano una forma, magari non perfetta, magari non subito, magari non senza fatica, ma almeno una forma possibile.
La strada, chiaramente, è difficile, però forse non è più difficile di una vita passata a rinunciare. Non serve uscire dal set con un gesto teatrale, non serve stravolgere tutto domani mattina e non serve raccontarsi la favola che basti seguire una passione per vivere meglio. A volte si comincia in modo molto meno cinematografico, ritagliando tempo per un progetto, chiedendo più autonomia, studiando una competenza che ci appartiene, cercando clienti piccoli, cambiando ruolo, costruendo una seconda strada senza raccontarsela troppo e smettendo di usare la prudenza come alibi per non iniziare mai.
La sicurezza migliore non è quella che ci impedisce di cadere ma quella che ci permette di camminare.
Il Truman Show odierno non ha bisogno di muri visibili, perché gli bastano frasi ragionevoli ripetute abbastanza a lungo: “è così e basta”, “non conviene”, “ormai è tardi”, “meglio non rischiare”, “pensa alla stabilità”, “tieniti stretto quello che hai”. Alcune di queste frasi, in certi momenti, possono anche essere sagge; il problema nasce quando diventano una filosofia di vita e iniziano a decidere per noi ancora prima che abbiamo provato a capire cosa vogliamo davvero.
Una vita senza rischio non è necessariamente una vita sicura, a volte è solo una vita più piccola.
Truman, alla fine, non esce perché sa cosa troverà fuori ma perché capisce cosa sta perdendo restando dentro. Forse è questo il punto da cui ripartire anche noi: non buttare via la sicurezza ma smettere di usarla come scusa per non far emergere niente di nostro.
Ritrovare il coraggio delle doti, non dell’incoscienza.
Tornare a chiederci che cosa sappiamo fare davvero, che cosa ci muove e che cosa possiamo costruire con quello che siamo.
Il tutto con l’obiettivo di smettere di vivere come comparse.
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