Lavoro o missione?

Lavoro o missione?

La confusione tra lavoro e missione

Abbiamo iniziato a chiamare missione qualsiasi cosa.

La parola non riguarda più soltanto chi cura, educa, difende una causa o costruisce qualcosa che cambia davvero la vita degli altri. Oggi sembra una missione anche vendere servizi, seguire clienti, far crescere un’azienda, gestire scadenze, rispondere a messaggi e inseguire obiettivi commerciali.

Quando tutto diventa missione, la parola perde il suo peso nobile e ne acquisisce uno più oscuro.

Certamente il lavoro è una cosa seria: può dare indipendenza, dignità, competenze, relazioni, possibilità e soddisfazione. Proprio per questo non serve gonfiarlo fino a farlo diventare qualcosa che non è. Fare bene il proprio lavoro significa essere affidabili, preparati, corretti e presenti quando serve. Significa rispettare gli impegni e le persone coinvolte.

La missione appartiene ad un altro piano.

Una missione nasce da una scelta personale. Non arriva da un capo, da un cliente, da un socio, da un’azienda, da uno studio professionale o da una frase motivazionale appesa in ufficio.

Quando una missione è assegnata dall’esterno, smette di essere una missione e diventa una pressione con un nome più elegante.

In molti ambienti professionali il lavoro è raccontato come qualcosa che dovrebbe assorbire tutto: tempo, energia, attenzione, disponibilità emotiva. Insomma, non basta più lavorare bene, bisogna crederci, esserci, sentire il progetto, fare sempre un passo in più, ragionare come se fosse tuo.

Questa retorica diventa comoda quando chiede coinvolgimento da fondatore, responsabilità da socio e disponibilità da proprietario, lasciando, però, compenso, libertà e potere decisionale da semplice esecutore.

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In quel momento la parola missione non descrive più una scelta, serve a giustificare una pretesa.

Una professione può essere importante senza diventare sacra. Un’azienda può essere seria senza trasformarsi in una causa. Un cliente può meritare attenzione senza occupare il centro della vita di una persona. Un progetto può essere ambizioso senza pretendere ogni spazio mentale, ogni sera, ogni weekend, ogni energia.

Il fatto è che il lavoro non ha automaticamente più dignità di qualsiasi altro impegno o interesse. Non vale, per natura, più di uno sport, di una passione, di una relazione, di un viaggio, di una domenica protetta, di un corpo da allenare, di una mente da nutrire o di una sera in cui non si vuole essere reperibili.

Il fatto che qualcosa non produca reddito non significa che valga meno.

Una persona può costruire la propria identità nel lavoro, mentre un’altra può usare il lavoro per finanziare, proteggere e rendere possibile tutto il resto. Entrambe le scelte possono essere adulte, sensate e rispettabili.

La distorsione è sostenuta da chi vive per lavorare che, negli anni, ha trasformato la propria scelta in un tribunale per giudicare gli altri. Avere confini diventa mediocrità, voler vivere anche fuori dal lavoro diventa mancanza di fame e non essere sempre disponibili diventa un difetto morale.

Mai come oggi è necessario fare i conti con un altro concetto che ha fatto breccia nelle concezioni e nelle abitudini della gente: una persona non vale in base a quanto è sacrificabile.

La domanda non è “Siamo abbastanza ambiziosi?”, la domanda è: “Dove vogliamo andare?”

Tra dieci anni vogliamo soltanto un conto corrente più alto, un ruolo più riconosciuto e un’agenda più piena, oppure vogliamo anche salute, relazioni, tempo, libertà, esperienze e giornate che assomiglino almeno un po’ alla vita che diciamo di desiderare?

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Spesso trattiamo la vita vera come qualcosa da rimandare. Oggi lavoriamo, corriamo, rispondiamo, fatturiamo e teniamo duro. Domani, forse, ci sarà tempo per il resto. Quel domani, però, non è un piano, è una scommessa.

In conclusione

Molti obiettivi professionali sono legittimi: crescere, fatturare, acquisire clienti, migliorare i margini, costruire un’azienda solida.

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Chiamare tutto questo missione, però, è spesso un eccesso di teatro.

A volte è semplicemente business. Buon business, magari utile, serio e rispettabile, ma pur sempre business.

Non tutto deve essere epico per avere valore.

La missione, quando esiste davvero, non ha bisogno di essere imposta. Una persona la riconosce perché la sceglie anche quando nessuno la guarda.

Tutto il resto, molto spesso, è solo lavoro.

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