Quanto fidarsi di una valutazione?
Già negli anni Settanta lo psicologo Donald Campbell aveva messo a fuoco un meccanismo che oggi incontriamo praticamente ovunque: più utilizziamo un indicatore per valutare qualcuno, più quella persona inizierà a comportarsi tenendo conto dell’indicatore. Negli stessi anni l’economista Charles Goodhart arrivava a una conclusione simile osservando altri fenomeni: una misura che diventa importante nelle decisioni finisce per modificare il comportamento di chi viene misurato.
Prendiamo ad esempio i test.
Se un esame serve per capire quanto uno studente sia preparato, il risultato ci dà un’informazione. Se tutto il percorso scolastico comincia a dipendere da quel risultato, studenti e insegnanti imparano inevitabilmente a lavorare per superare quello specifico test. La preparazione può migliorare, certo, ma cresce anche la capacità di affrontare quella specifica tipologia di test.
Il voto o il punteggio finiscono per raccontare entrambe le cose. Diventa però difficile capire se sia consolidata la preparazione oppure la capacità di superare quel tipo di esame.
La gamification rende questo meccanismo ancora più visibile. Applicazioni come Duolingo utilizzano punti, serie di giorni consecutivi, classifiche e premi per rendere più costante l’apprendimento. Sono strumenti utili proprio perché spingono le persone a tornare ogni giorno. Alcune ricerche hanno però osservato anche il comportamento opposto: utenti che finiscono per concentrarsi sui punti, sulle classifiche o sulla serie da mantenere, dedicando energie al gioco costruito attorno all’apprendimento invece che all’apprendimento stesso.
Una serie di mille giorni su Duolingo resta un risultato notevole. Dice sicuramente che una persona è riuscita a utilizzare l’app per mille giorni consecutivi. Dice molto meno, da sola, su quanto quella persona sia in grado di sostenere una conversazione in francese. Più la serie diventa importante, più cresce l’interesse a proteggerla, anche con una lezione semplice fatta di fretta alle undici di sera.
L’indicatore passa dall’essere un indicatore a diventare un obiettivo.
Fin qui il meccanismo era già conosciuto da decenni. Ian Ball, in uno studio pubblicato nel 2025 sull’American Economic Journal: Microeconomics, aggiunge però un passaggio molto interessante.
Se sappiamo che le persone possono modificare i comportamenti utilizzati per valutarle, allora dovremmo tenerne conto anche nel modo in cui costruiamo la valutazione. Un indicatore che in passato sembrava molto efficace potrebbe meritare meno peso proprio perché è facile adattarsi ad esso. Al contrario, un elemento apparentemente meno importante potrebbe diventare più utile se risulta molto più difficile da costruire apposta per ottenere un buon punteggio.
Le recensioni di hotel e ristoranti sono un buon esempio per portare il ragionamento nella vita di tutti i giorni.
Vediamo un hotel con mille recensioni e una media di 4,6 su 5. La quantità di giudizi ci rassicura: una valutazione costruita da mille persone sembra molto più solida di quella lasciata da dieci. Nel frattempo, però, anche l’hotel ha avuto mille occasioni per capire come viene valutato.
Sa quali aspetti vengono citati più frequentemente, quali generano recensioni positive, quali lamentele si ripetono e quali momenti dell’esperienza incidono maggiormente sul giudizio finale.
Una parte di queste informazioni viene utilizzata per migliorare realmente il servizio, ed è esattamente quello che vorremmo ottenere dalle recensioni. Allo stesso tempo, la struttura impara anche a funzionare sempre meglio dentro quel particolare sistema di valutazione, puntando a massimizzare il proprio punteggio.
C’è poi un secondo effetto.
Anche chi lascia una recensione raramente arriva senza informazioni. Ha visto il punteggio medio, ha letto altri giudizi, conosce già alcuni punti di forza del posto. Studi sulle recensioni di ristoranti e hotel hanno rilevato che le valutazioni precedenti influenzano anche quelle successive: un punteggio alto può spostare nella stessa direzione il giudizio di chi viene dopo. Mostrare valutazioni precedenti particolarmente positive produce proprio questo effetto.
Immaginiamo che decine di recensioni parlino di una colazione eccezionale. Il cliente arriva già sapendo che la colazione rappresenta uno dei punti forti e probabilmente ci farà attenzione. Se la apprezzerà, avrà anche un elemento molto facile da ricordare nel momento in cui scriverà la propria recensione. Dopo qualche anno potremmo avere centinaia di persone che confermano una caratteristica reale ma che nel frattempo è diventata anche uno degli elementi attraverso cui tutti hanno imparato a leggere quel posto.
Per questo sono spesso più interessanti le recensioni più basse rispetto alla semplice media, perché permettono di cercare aspetti rimasti fuori dal racconto dominante. Se cinquecento persone parlano della posizione perfetta e della colazione fantastica, mentre diverse recensioni meno entusiaste tornano sulla rumorosità delle camere o sulla pulizia, quelle informazioni aiutano a capire meglio che cosa si nasconde dietro il 4,6.
Il voto medio continua a essere utile, semplicemente smette di essere una fotografia esaustiva.
Il ragionamento diventa ancora più interessante se guardiamo le persone.
Ogni ambiente ha i propri indicatori, anche senza classifiche e stelle.
In alcuni gruppi una determinata laurea rappresenta un segnale di preparazione, in altri conta il lavoro svolto, in altri ancora l’auto, l’abbigliamento, i luoghi frequentati, i viaggi o il modo di parlare. Più un ambiente rende evidente quali caratteristiche riconosce come segnali di valore, più chi vuole entrarci ha interesse a costruire proprio quelle caratteristiche.
Una laurea continua ad avere valore. Se però tutti sanno che quel titolo rappresenta il lasciapassare per ottenere una certa considerazione di sé, una parte delle persone investirà specificamente per ottenerlo. La laurea non è più soltanto un indicatore di cultura e preparazione ma diventa anche un obiettivo.
Lo stesso vale per un’automobile utilizzata come segnale di status: racconta qualcosa sulla persona che la possiede ma racconta anche che quella persona conosce il linguaggio del gruppo e ha scelto di utilizzare proprio quel segnale. Non è più un accessorio all’interno di un insieme (che crea lo status) ma diventa l’obiettivo.
Da fuori possiamo quindi osservare un gruppo molto uniforme e scambiare quell’uniformità per una caratteristica naturale delle persone che ne fanno parte. In realtà potremmo essere di fronte al risultato di anni di adattamento reciproco. Chi entra capisce quali segnali vengono riconosciuti, lavora per ottenerli e contribuisce a rafforzare ulteriormente l’idea che proprio quei segnali definiscano il gruppo.
In conclusione
Avevamo toccato un tema vicino nell’articolo Chi vogliamo impressionare? , parlando del valore che attribuiamo ai segnali a seconda della “stanza” nella quale vogliamo essere riconosciuti.
Qui il passaggio è diverso: se tutti conoscono i segnali apprezzati in quella “stanza”, proprio quegli stessi segnali potrebbero diventare meno utili per capire davvero chi abbiamo davanti.
Il lavoro di Ball porta quindi a una conclusione meno ovvia della semplice idea che “le persone cercano di fare bella figura”. Se un indicatore è facile da modificare, una volta capito come funziona, dovremmo dargli meno importanza.
Un punteggio alto può raccontare una qualità reale oppure può raccontare quanto qualcuno sia diventato bravo ad affrontare così bene il test.
Capire la differenza significa dare il giusto peso alle valutazioni esterne e, magari, fregarcene di più di alcuni standard e fare spazio alle nostre vere attitudini.
🧱 Basi solide
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Ecco gli studi che hanno accompagnato i concetti che abbiamo raccontato.
- Donald T. Campbell, Assessing the Impact of Planned Social Change, 1976
- Charles A. E. Goodhart, Problems of Monetary Management: The U.K. Experience, 1975
- Ian Ball, Scoring Strategic Agents, American Economic Journal: Microeconomics, 2025
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